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Cannabis nello sport: NBA, NFL e il futuro dell'anti-doping
Dal caso Sha'Carri Richardson alle nuove politiche di NBA e NFL: come sta cambiando il rapporto tra cannabis, THC, CBD e mondo sportivo.
Pubblicato il 25 settembre 2025 · 4 min di lettura
Cannabis e sport: un dibattito sempre più acceso
Nell'estate del 2021, la velocista statunitense Sha'Carri Richardson fu esclusa dai Giochi Olimpici di Tokyo dopo essere risultata positiva al THC, il principale componente psicoattivo della cannabis. La vicenda ha riportato al centro dell'attenzione un tema già molto discusso: quale posto ha la marijuana nel mondo dello sport professionistico?
Cannabis e normative anti-doping
La cannabis può offrire agli sportivi diversi vantaggi: riduzione dell'ansia, effetto antinfiammatorio e attenuazione del dolore. Tuttavia, le proprietà psicoattive del THC hanno da sempre preoccupato le autorità anti-doping, che temono un'influenza diretta sulle prestazioni atletiche.
Per questo motivo, l'Agenzia Mondiale Anti-doping (WADA) ha inserito la cannabis nell'elenco delle sostanze vietate in competizione a partire dal 2004. Anche l'USADA — l'agenzia statunitense anti-doping — aderisce al Codice mondiale, allineando i propri standard a quelli internazionali.
Secondo i criteri WADA, una sostanza viene inclusa nella lista dei divieti se:
- rappresenta un rischio per la salute degli atleti;
- può migliorare le prestazioni sportive;
- contrasta lo spirito dello sport.
Un articolo pubblicato nel 2011 su Sport Medicine dalla stessa Agenzia mondiale evidenziava che gli atleti che consumano marijuana «mettono potenzialmente in pericolo se stessi e gli altri a causa dell'aumento della propensione al rischio, dei tempi di reazione rallentati e di un processo decisionale compromesso». Alcuni studi suggerivano inoltre che la cannabis potesse «migliorare le prestazioni in determinate discipline», un comportamento ritenuto incompatibile con il ruolo di modello che gli atleti ricoprono per i giovani.
Il CBD viene rimosso dalla lista WADA
L'evoluzione del quadro normativo globale sulla cannabis ha però spinto le stesse agenzie anti-doping a rivedere le proprie posizioni. Nel 2018, la WADA ha eliminato il cannabidiolo (CBD) dalla lista delle sostanze proibite, riconoscendo l'assenza di proprietà psicoattive e il suo potenziale terapeutico. Rimangono invece in vigore le restrizioni sul THC per tutte le discipline sportive, anche se il panorama sta rapidamente mutando.
Le nuove politiche di NBA e NFL
NBA: addio ai test casuali sul THC
Durante la pandemia da Covid-19, la National Basketball Association (NBA) ha sospeso i controlli a campione sulla marijuana per la stagione 2020-2021. Una scelta che potrebbe diventare strutturale: il commissario Adam Silver ha dichiarato che è più utile individuare segnali di dipendenza dalla sostanza piuttosto che sanzionare un consumo occasionale. Di conseguenza, il THC è stato rimosso dall'elenco delle sostanze soggette a test obbligatori per i giocatori.
NFL: soglie più alte e niente più sospensioni
Anche la National Football League (NFL) ha compiuto passi significativi verso un approccio più flessibile. Per la prima volta, i giocatori non sono stati sottoposti al test per il THC fino al 9 agosto della stagione in questione. Successivamente, la soglia limite è stata innalzata da 35 nanogrammi a 150 nanogrammi, e le sospensioni legate all'uso di cannabis sono state sostituite con sanzioni pecuniarie.
La NFL è andata oltre la semplice revisione delle regole: ha avviato un programma di ricerca sui cannabinoidi e la gestione del dolore, con l'obiettivo di:
- valutare il potenziale terapeutico dei trattamenti a base di cannabis;
- analizzare l'impatto del THC sulle performance degli atleti;
- esplorare le possibilità della marijuana nella gestione ortopedica degli infortuni.
I risultati di questa ricerca potrebbero influenzare non solo le leghe nordamericane, ma anche le federazioni sportive europee, aprendo la strada a una progressiva depenalizzazione della cannabis in ambito agonistico.
Il ruolo del CBD nello sport
Il cannabidiolo (CBD) è l'unico componente della cannabis attualmente consentito dalla WADA. Privo di effetti psicoattivi, si è dimostrato utile in diversi contesti tipici dell'attività sportiva ad alto livello:
- Proprietà antinfiammatorie: favorisce il recupero dopo allenamenti intensi o traumi muscolari;
- Miglioramento del sonno: agendo sul sistema endocannabinoide, aiuta l'organismo a rigenerarsi;
- Effetto ansiolitico e miorilassante: riduce la tensione muscolare e il carico emotivo pre-gara;
- Azione analgesica: può alleviare il dolore cronico, particolarmente rilevante in sport di contatto come rugby e football americano.
CBD contro la dipendenza da THC
Un aspetto meno noto riguarda il potenziale del CBD nel contrastare la dipendenza da cannabis. Uno studio pubblicato su The Lancet nell'ottobre 2020 ha evidenziato l'efficacia di dosi precise di cannabidiolo nel ridurre il consumo di marijuana in soggetti con disturbo da uso di cannabis. Risultati analoghi erano stati presentati nel 2019 da ricercatori dell'University College di Londra, che avevano documentato le potenzialità del CBD come opzione terapeutica contro la dipendenza da THC.
Questi dati aprono scenari interessanti anche in ambito sportivo, dove il CBD potrebbe svolgere un duplice ruolo: strumento di recupero fisico e supporto per atleti che desiderano ridurre l'uso di sostanze psicoattive.
Verso un nuovo equilibrio tra cannabis e sport
Il dibattito è ancora aperto, ma la direzione sembra chiara: il mondo dello sport sta progressivamente distinguendo tra THC — ancora soggetto a restrizioni per le sue proprietà psicoattive — e CBD, sempre più riconosciuto come alleato legittimo del benessere atletico. Le ricerche in corso, specialmente quelle promosse dalla NFL, potrebbero fornire dati decisivi per ridefinire le politiche anti-doping a livello globale.
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Tag: cannabis e sport, THC, CBD, anti-doping, NBA, NFL
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