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Il profilo chimico e i chemiotipi della Cannabis: i cinque gruppi a confronto
Dal THC dominante al CBD prevalente, fino alle piante prive di cannabinoidi: scopri i cinque chemiotipi della cannabis e perché conoscerli è fondamentale per un uso consapevole e terapeutico.
Pubblicato il 29 settembre 2025 · 4 min di lettura
Perché il profilo chimico della cannabis fa la differenza
La cannabis sta guadagnando sempre più spazio nella medicina moderna: dal controllo del dolore cronico alla riduzione della spasticità, passando per il supporto ai pazienti oncologici in chemioterapia e a chi convive con la sclerosi multipla. Si tratta di una pianta con un potenziale terapeutico reale, ma anche di una sostanza utilizzata a scopo ricreativo in numerosi Paesi.
Proprio per questo, comprendere la composizione chimica di ciascuna varietà di cannabis — ovvero il suo chemiotipo — è un passaggio essenziale, tanto per chi la consuma quanto per chi la coltiva o la prescrive. Il chemiotipo descrive la concentrazione dei cannabinoidi presenti nella pianta e il rapporto tra di essi, due variabili che determinano in modo diretto gli effetti sulla salute.
Le origini della classificazione per chemiotipo
I primi a proporre una suddivisione sistematica della cannabis in base al profilo biochimico furono Ernest Small e H.D. Beckstead, che nel 1973 pubblicarono sulla rivista scientifica Nature uno studio pionieristico. La loro intuizione fu semplice ma rivoluzionaria: raggruppare le piante non per aspetto botanico, ma per il contenuto di cannabinoidi.
Un principio fondamentale di questa classificazione è che, all'interno dello stesso chemiotipo, il rapporto tra i cannabinoidi rimane stabile anche quando le concentrazioni assolute variano da pianta a pianta.
I cinque chemiotipi della cannabis
Sulla base di questo sistema classificatorio, la cannabis viene oggi suddivisa in cinque chemiotipi distinti:
Tipo I — THC dominante
Questo gruppo comprende le varietà in cui il THC (tetraidrocannabinolo), il principale composto psicoattivo, è presente in concentrazioni nettamente superiori rispetto al CBD. Il contenuto di THC supera lo 0,3% e può raggiungere anche il 30%, mentre il CBD rimane al di sotto dello 0,5%.
È il chemiotipo più comunemente associato all'uso ricreativo della cannabis. In ambito medico, viene impiegato con cautela, soprattutto quando è necessario un effetto analgesico o sedativo più marcato.
Tipo II — Rapporto misto THC/CBD
Le piante di tipo II presentano un equilibrio tra THC e CBD, con entrambi i cannabinoidi presenti in concentrazioni moderate. Il rapporto 1:1 tra le due molecole è considerato particolarmente interessante in campo terapeutico: il CBD, infatti, tende a modulare e attenuare gli effetti indesiderati del THC, come l'ansia o la tachicardia.
Un esempio concreto di prodotto farmaceutico basato su questo profilo è il Sativex, un medicinale approvato per il trattamento della spasticità associata alla sclerosi multipla.
Tipo III — CBD dominante
Al contrario del tipo I, queste varietà contengono bassi livelli di THC (inferiori allo 0,3%) e alte concentrazioni di CBD (superiori allo 0,5%). L'assenza o la quasi totale mancanza di effetti psicoattivi rende questo chemiotipo il più utilizzato in ambito medico e nei prodotti legali a base di cannabis.
È il profilo di riferimento per molte preparazioni terapeutiche destinate a pazienti che necessitano dei benefici del CBD senza gli effetti alteranti del THC.
Tipo IV — CBG dominante
Identificato per la prima volta nel 1987 da un gruppo di ricercatori francesi, questo chemiotipo si distingue per l'elevata presenza di cannabigerolo (CBG), un cannabinoide non psicoattivo spesso definito il "precursore" degli altri cannabinoidi. Le piante di tipo IV presentano concentrazioni di CBG superiori allo 0,3%, con livelli di THC molto ridotti.
La ricerca sul CBG è ancora in fase esplorativa, ma i primi studi suggeriscono potenziali applicazioni in ambito neuroprotettivo, antinfiammatorio e antibatterico.
Tipo V — Assenza di cannabinoidi
Il quinto e ultimo chemiotipo è stato descritto per la prima volta in uno studio del 2004 firmato da due ricercatori italiani. Questo gruppo raccoglie le piante di cannabis che presentano una quantità non rilevabile di cannabinoidi, tanto da essere definito il gruppo "zero cannabinoidi".
Si tratta di un profilo di interesse prevalentemente botanico e agronomico, utile per comprendere i meccanismi genetici alla base della biosintesi dei cannabinoidi.
Perché conoscere il chemiotipo è importante
La classificazione per chemiotipo non è un esercizio accademico: ha ricadute pratiche molto concrete. Sapere quale profilo chimico caratterizza una determinata varietà di cannabis permette:
- al paziente di scegliere il prodotto più adatto alla propria condizione clinica;
- al medico di personalizzare la terapia in modo più preciso;
- al produttore di garantire standard qualitativi costanti e trasparenti;
- alla comunità scientifica di costruire un linguaggio condiviso per la ricerca e la comunicazione.
Alcune aziende del settore hanno già adottato l'etichettatura per chemiotipo sui propri prodotti, un passo importante verso una maggiore trasparenza e consapevolezza nel mercato della cannabis.
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Tag: chemiotipi, cannabinoidi, THC, CBD, cannabis terapeutica, profilo chimico
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